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Crisi nel lavoro? Anche colpa di chi il lavoro lo deve offrire.

Lo ammetto, è un bel po’ che non scrivo. Che non condivido la mia quotidianità con voi. Oggi, però, vorrei rendervi partecipi di una mia esperienza lavorativa e della mia successiva riflessione. Questo un passaggio introduttivo, il resto lo trovate su MarketingArena

La fru­stra­zione è tanta e se la disoc­cu­pa­zione gio­va­nile ha rag­giunto il 40%, per quanto mi riguarda l’atteggiamento di chi dovrebbe essere una guida, un esem­pio e offrire sup­porto è causa dell’attuale dia­spora quasi quanto lo è la crisi eco­no­mica. Vor­rei spie­garmi con un’esperienza personale.

Voi, cosa ne pensate?

Vattene, se hai 20 anni

(…) Fai una cosa: vattene. Non ascoltare chi ti dice che solo chi resta resiste davvero. Lascia questo paese, meticciati. Scopri la bellezza di altri corpi e di altri odori. Di altri cibi.
Fai politica. Sì, fai politica. Perché non è tutto una “merda”. Ma scegliti altri maestri. Un buon politico non è un imbonitore ma un uomo che si carica sulle spalle la visione di un paese, nonostante i voti.

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Il comune sentire

C’è un modo di parlare di essi [dei giovani] che appare senza speranza e senza remissione: i giovani sono abulici, indifferenti, svogliati, viziosi, dediti al divertimento, alle sostanze eccitanti o all’alcol.

Non è questa l’impressione che io ho dei giovani di oggi.

Anzitutto non uso volentieri la categoria “giovani”, categoria puramente biologica, che non dice di per sé nulla sulla realtà di queste persone. Preferisco guardarli più da vicino. Allora mi sembra di riconoscere tre tipi di giovani: quelli alla deriva, i giovani che pensano e i giovani che decidono.

La prima categoria è composta da coloro che si lasciano trascinare dalla massa e da qualunque proposta di successo o di godimento. Rimangono passivi. Per questi giovani, finché restano in tale situazione, sembra non vi sia altro da fare se non cercare di scuoterli dal loro torpore.

Una seconda categoria è costituita invece dai giovani pensosi. Sono quelli che si pongono delle domande, che hanno un’inquietudine nel cuore, che cercano qualche cosa. Sono molti di più di quanti noi immaginiamo. […] Parecchi di loro si presentano come spensierati e gaudienti, ma nella realtà sono pensierosi e preoccupati, vivono forti momenti di angoscia. […] Questi sono i giovani che hanno bisogno di una mano amica, di chi li sappia comprendere, di chi sia disponibile a entrare in dialogo con loro. Sono giovani che guardano agli adulti con molta attenzione. A seconda della testimonianza che ricevono e dagli esempi che vedono, possono acquistare fiducia e coraggio oppure cadere nel pessimismo.

Poi c’è una terza categoria, quella dei giovani decisi. Ne ho conosciuti molti. Non sono necessariamente credenti, alcuni di loro non frequentano molto la Chiesa. Ma hanno nel cuore dei valori forti e sanno sacrificarsi per essi. Sono i giovani che troviamo nelle varie iniziative di volontariato che si decidono presto per una vita di dedizione agli altri. Sono giovani che, secondo la felice espressione di Benedetto XVI, hanno saputo “osare l’amore”.

[…] A questi giovani dico: voi siete una minoranza, ma una minoranza qualificata, capace di guidare e trascinare altri. L’avvenire è sempre stato di minoranze forti, non di masse passive attratte solo dal gusto di ciò che piace. Questi giovani vanno aiutati, sostenuti, incoraggiati. Con loro si può guardare avanti, ma a condizione che si lasci loro il giusto spazio, sia di azione che di parola, e che siano riconosciuti come veri protagonisti del nostro vivere sociale.

Carlo Maria Martini, Il comune sentire