Archivi tag: dolore

Perdonami se ti cerco così

Perdonami se ti cerco cosí

goffamente, dentro

di te.

Perdonami il dolore, qualche volta.

È che da te voglio estrarre

il tuo migliore tu.

Quello che non vedesti e che io vedo,

immerso nel tuo fondo, preziosissimo.

E afferrarlo

e tenerlo in alto come trattiene

l’albero l’ultima luce

che gli viene dal sole.

E allora tu

verresti a cercarlo, in alto.

Per raggiungerlo

alzata su di te, come ti voglio,

sfiorando appena il tuo passato

con le punte rosate dei tuoi piedi,

tutto il corpo in tensione d’ascesa

da te a te.

E allora al mio amore risponda

la creatura nuova.

(di Pedro Salinas)

3 anni fa, una notte…

[…] Sono in quella domenica pomeriggio seduta di fronte a lui. Mi sforzo di svestire la mia anima per mostrargli la mia fragilità.

Ma i momenti non coincidono.

Noi non coincidiamo e ognuno si abbandona all’errore di continuare a essere chi era prima.

(da Glory11 del 22 ottobre 2010, ore 00.03)

A volte Facebook fa qualche piccolo regalo.

Ho ritrovato un po’ di Note che avevo pubblicato con alcuni post del mio vecchio blog. Tre anni della mia vita.

Rileggendo sento ancora il dolore di quei momenti. Erano giorni in cui riuscivo a svelare l’anima.

Sepolte vive

Le emozioni inespresse non moriranno mai.

Sono sepolte vive e usciranno più avanti in un modo peggiore.

(cit. Sigmund Freud)

Pillole di (miei) sogni

Se il sogno è il tuo sogno, quello per cui sei venuto al mondo, puoi passare la vita a nasconderlo dietro una nuvola di scetticismo, ma non riuscirai mai a liberartene. Continuerà a mandarti segnali disperati, come la noia e l’assenza di entusiasmo, confidando nella tua ribellione.

(…) La felicità è crescere insieme, litigare a chi ha la testa più dura e poi, pieni di bernoccoli, salire un altro gradino del nostro amore. La felicità è un appuntamento al bar a cui io arrivo in ritardo. (…) Un problema che ti assilla e che risolviamo insieme. Un braccialetto che ti regalo, una camicia che tu mi lavi.

(…) Non è poi così vero che si desidera ciò che non si è mai avuto. Quando si sta male, si preferisce ciò che ci appartiene da sempre. Ogni vittima tende a riproporre gli schemi del proprio passato (…).

(…) L’intuizione ci rivela di continuo chi siamo. Ma restiamo insensibili alla voce degli dei, coprendola con il ticchettio dei pensieri e il frastuono delle emozioni. Per non guarire. Perché altrimenti diventeremmo quello che abbiamo paura di essere. Completamente vivi.

(…) Nel romanzo Belfagor è il nome che da bambino avevo dato al mostro che abita dentro di noi. Uno spiritaccio animato da buone intenzioni, in realtà pernicioso, perché pur di tenerci lontano dalla sofferenza ci chiude in una gabbia di paure. Paura di vivere, di amare, di credere nei propri sogni.

(…) Perché ci piacciono tanto le storie? Perché rivelano in controluce il segreto dell’esistenza.

(Massimo Gramellini, Fai bei sogni)

Un passo avanti, due indietro

Tornare a scrivere qualcosa di mio, non lo sento più un gesto che mi appartiene.

Ho rimesso l’anima in un vaso a chiusura ermetica; il fuori sta fuori, il dentro sta dentro.

La contaminazione è violenza.

Paura di soffrire

Quando noi subiamo un dolore, una sofferenza tendiamo a staccare la corda dei sentimenti, perché abbiamo l’illusione che così smetteremo di soffrire.

Ma a quel punto facciamo un’incredibile scoperta: che quella corda era anche la corda dell’amore. La corda è una sola, quando tu la stacchi non provi più niente, non soffri, ma non ami neanche più.

Quindi qual è il gesto più coraggioso che un essere umano può fare? Riattaccare la corda, accettando quindi il dolore, perché attaccandola vibrerà anche per il dolore. Ma per amore accettare di riattaccare la corda del dolore.

(cit. Massimo Gramellini a Le invasioni Barbariche, puntata del 6 febbraio 2013)

Il silenzio della neve

Di tutte le ricchezze

Come vivo la solitudine? A volte con benevola pazienza, a volte con dolore. Passeggio lento, cucino male, scrivo con cura, dormo poco, penso molto.

( S. Benni, Di tutte le ricchezze)

L’ultimo tradimento

Poi ti rendi conto che era l’anniversario della morte di una persona cui hai voluto molto bene. E per un pelo non te ne sei scordato, facendo la telefonata giusta solo alle nove di sera. E poi sopravviene un sentimento di stupore, di come possa succedere una cosa così, ma serve giusto per nascondere un po’ la rabbia di questo dimenticare, di questo allontanarsi non del dolore, che da qualche parte rimane incistato come un pelo maligno, ma del pensare “a”. Che poi è l’ultimo tradimento che si può fare a chi se n’è andato, la rottura dell’ultima promessa, e viene regolarmente consumato.
(cit. da un amico Facebook)